Bambola e Candela

Tempo fa ero in viaggio da Bari a Genova. Per qualche affaraccio legato all’overbooking, la compagnia aerea ci ha costretto a una sosta interminabile a Roma. Nella sala d’attesa, smozzicando un panino, ho incontrato un parroco della mia città, Don Peppino: devo a lui la fiaba che vi racconto.

Bambola e Candela.

Un giorno Bambola si era persa nel Labirinto. Non sapeva dove andare, come fare, urtava ad ogni dove, piangeva disperata, perché il Labirinto, oltre che inestricabile, era immerso nella più completa oscurità. Stanca si sedette e sciolse tutto il suo lamento.

D’un tratto sentì un rumore, prima flebile, poi più chiaro: erano passi. Cominciò a chiamare. Con sua immensa gioia, nel buio vide un chiarore e rincuorata diceva:
«Ehi! Ehi! Aiuto! Sono qui, mi sono persa».

La luce si avvicinò: era Candela.

«Ciao, sono Candela. Tu chi sei?» disse Candela.
«Sono Bambola e mi sono persa. Puoi aiutarmi?» disse Bambola asciugandosi le lacrime.
«Certo che posso aiutarti, conosco molto bene il labirinto, ci vivo da sempre» disse Candela.
«Tu vuoi aiutarmi?» disse Bambola.
«Oh Bambola, certo che voglio aiutarti. Vieni con me» disse Candela.

Mano nella mano, Candela e Bambola si avventurarono per i corridoi. Il Labirinto era tessuto con mirabile fattura, molto difficile da risolvere, così i due trascorsero insieme diverso tempo.

Strada facendo, Bambola sentiva che qualcosa nella voce di Candela andava cambiando, ma pensò fosse solo un’impressione o la stanchezza per il lungo tragitto.
Cammina cammina, Bambola percepì più chiaramente nella voce di Candela un tremolio, ma non ebbe modo di fare domande, perché lì in fondo intravide un bagliore.

«È l’uscita?» domandò Bambola.
«Sì, è l’uscita» rispose Candela.

Allora Bambola, tutta contenta, alzò il passo, strattonando Candela che sembrava non riuscire a starle dietro. Presso la soglia, Bambola si voltò perché Candela si era fermata. Stava piangendo.

«Candela, perché piangi? Non sei contenta, siamo arrivati all’uscita» disse Bambola piena di felicità.
«Piango perché non posso venire con te» rispose Candela.
«Ma che dici? Perché non puoi venire?» chiese Bambola.
«Perché lì fuori c’è troppa luce. La mia fiammella ti sembrerebbe ben poca cosa, quasi una bugia, e non riusciresti a vedermi più. Qui dentro, invece, posso essere ancora utile. C’è sempre qualcuno che si perde nel Labirinto».

Candela vide Bambola avanzare verso la luce. Tra le lacrime, sorrise, non vista. Un istante ancora. Poi si voltò.

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X – Tutto l’Universo obbedisce all’amore

Mamma, chi ha impastato la farina cosmica?

Questo, amore, è un mistero. Qualcuno dice Dio, qualcuno dice il Caso. Ad ogni modo, le particelle appena create vagavano sole solette per l’Universo, come turisti a spasso per la via del Corso alle tre del pomeriggio. Ognuna se ne stava per i fatti propri, le mani in tasca, troppo piccola per avere peso e forma, troppo sola per essere qualcosa. Poi, in certi luoghi dello Spazio, le particelle hanno cominciato ad aggregarsi, come quando alle quattro aprono i bar in centro e la gente ci entra per un caffè. Maggiore è la folla nel locale, più persone sono attratte da quel posto. Stando vicino, le particelle si sono conosciute, hanno preso qualcosa insieme e si sono unite in gruppi sempre più grandi e questi in gruppi ancora maggiori, creando sia il minuscolo granello di polvere sotto il tuo letto, sia le stelle più grandi e luminose dell’Universo. Una trama invisibile* tiene insieme la materia nelle forme che conosciamo e in altre che ancora non conosciamo.

Allora, mamma, per esistere, per avere peso e forma, bisogna stare assieme? Anche per la vita è così?

Sì, amore. Quando è nata la vita, ogni organismo se ne stava per conto suo: si nutriva, si riproduceva, moriva sempre uguale a se stesso. Uno mangiava dolce e faceva la cacca salata. Uno mangiava salato e faceva la cacca acida. Quello che mangiava acido aveva la zampette e poteva muoversi a suo piacimento. Questi organismi, per sopravvivere, bazzicavano le stesse zone. Superata la timidezza iniziale – sai, un po’ di diffidenza all’inizio ci può stare – hanno cominciato a stare in più stretto contatto e, piano piano, ad unirsi l’uno con l’altro, formando organismi più grandi e più resistenti. La bocca ha trovato il suo stomaco, lo stomaco un apparato digerente, poi cuore, gambe, braccia, infine un cervello e, per ciò che mancava, ci si è arrangiati con un po’ di carne e fantasia, fino a dare forma a esseri sempre più complessi.

Che bello mamma, organismi che si incontrano come bimbi al parco, che si mettono assieme come una squadra, che si amano come una famiglia. Allora, mamma, movimento e libertà non bastano: perché la vita si compia, è necessario l’amore.

(continua…)

 

Il titolo rimanda alla bellissima canzone di Franco Battiato (2008) che potete ascoltare qui.

*Si offre qui un’esemplificazione del Campo di Higgs modellata sulla celebre spiegazione del vip ad una festa. In poche parole: il Campo di Higgs ha permesso alle particelle senza massa di aggregarsi formando particelle dotate di massa che a loro volta si sono aggregate in strutture sempre più complesse fino a dar forma all’atomo. Trovate una spiegazione maggiormente strutturata e piuttosto comprensibile qui.

L’immagine dovrebbe essere una foto al microscopio del Dictyostelium Discoideum e l’ho presa qui. Dico “dovrebbe essere” perché non dispongo di un microscopio elettronico per verificare questa informazione. Cercando su internet ho trovato diverse immagini coerenti con quella postata, tuttavia non posso esserne certo.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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IX – Cosmologia

Mamma. Ho paura.

Perché amore?

Tutto questo pensare… mi fa sentire… come un giramento di testa… ogni volta che mi sembra di aver capito qualcosa, sento che qualcos’altro mi sfugge. Siamo partiti dai migranti e siamo arrivati alle stelle. Allora mi chiedo, mamma, cosa c’è all’origine di tutto? Forse il movimento?

Vedi amore, secondo alcuni scienziati all’inizio c’era il Nulla. Poi, una parte di questo Nulla, chissà, magari perché stava scomoda, o doveva grattarsi la schiena, o voleva voltarsi per chiamare qualcuno, o alzarsi in punta per vedere in là, o scoprire chi c’era un millimetro più oltre, insomma, una parte di questo Nulla si è mossa e ha scombinato tutte le cose. Un po’ come quando è caduto il sacchetto della farina.

Sì mamma, ricordo. Avevi poggiato la spesa sul tavolo e papà è venuto a prenderci per un pranzo a sorpresa. La confezione deve essere caduta mentre eravamo fuori. Quella sera, quando siamo tornati, c’era farina dappertutto.

Si amore, proprio così, e cosa mi hai detto?

Beh, ti ho detto… che non capivo come la farina, che prima stava in un sacchetto piccolino, avesse potuto riempire tutta la casa.

Sì, deve essere successo più o meno così all’inizio di Tutto: una parte di Nulla si è mossa e ha fatto esplodere un sacchetto di farina cosmica, gli scienziati lo chiamano Big Bang. Tutto è fatto di quella materia iniziale: io, tu, i pianeti, le stelle, la luce, il tempo, lo spazio, i pensieri, i sogni.

(continua…)

 

La foto viene da qui.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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VIII – Figli delle stelle

Mamma?

Sì amore?

Penso di aver capito una cosa.

Dimmi.

Ho capito che se non ci fossero più guerre, se non ci fosse più povertà, sulla Terra ci sarebbero sempre migranti.

Perché?

Perché senza migrazioni non ci sarebbe libertà e senza libertà non ci sarebbe vita… ma forse è così anche per tutto il resto. Migrano le rondini, i rospi, i granchi, le balene negli oceani. Le nuvole e il vento migrano. Migrano i continenti, le montagne, i fiumi, i mari e la pioggia non sta mai ferma.

Amore, vai più in là, alza lo sguardo.

Sì mamma, migrano i pianeti, la luna, le comete, le stelle. Anche la luce viene da lontano. Ma cosa c’entrano queste cose con noi?

Amore, si pensa che la vita sulla Terra sia arrivata dal cielo, da meteoriti che hanno navigato fin qui attraverso spazi a noi sconosciuti.

E perché sugli altri pianeti non ci sono persone, come qui da noi?

Chissà, magari da qualche parte ci sono, o ci sono state, o ci saranno. Per quel che ne sappiamo, i meteoriti portano in giro per l’Universo i semi della vita e qui, proprio sulla Terra, questi semi hanno trovato le condizioni adatte per germogliare: un clima favorevole, aria pulita da respirare, acqua buona da bere, del cibo per nutrirsi.

È buffo, fa un po’ ridere: è come se la terra fosse un grande pancione rotondo, una mamma, come te, e l’Universo fosse un grande papà che ti ha scelto tra tutti i pianeti e ti ha amata, e l’amore ha fatto nascere altra vita, me. Ora capisco perché babbo canticchia ogni tanto: noi siamo figli delle stelle*.

(continua…)

 

La foto viene da qui.

*È evidente il riferimento alla canzone “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti (1977) che potete riascoltare qui.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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VII – Vita e/è movimento

Mamma, ho capito una cosa.

Cosa, amore?

Che vita e movimento vogliono dire la stessa cosa.

In che senso, amore?

Vedi quel serpente di gomma? Adesso non mi fa paura. Se mi avvicino, lui resta immobile e io capisco che non è cosa viva. Però se qualcuno lo agita, anche se so che è un pezzo di gomma, mi fa senso, perché mi sembra animato. Mamma perché ridi?

Amore, perché ricordo una cosa che facevi ai tempi dell’asilo. Quando al parco c’era vento, rincorrevi le foglie, le acchiappavi, le mettevi nello zaino e le portavi a casa. Poi le sparpagliavi e aspettavi che si mettessero a vorticare all’impazzata. Ce la mettevi tutta: facevi bùh, le prendevi a calci, sbattevi i piedi, le spiavi da dietro le tende e che broncio amaro quando vedevi che rimanevano ferme. Allora papà le raccoglieva, andavate in veranda e le gettava al vento. Tu ridevi e urlavi: lo sapevo! sono vive! sono vive! e lui ti spiegava che certe cose possono essere…

Possono essere vive solo se sono libere… Che buffo! Non ricordavo di ricordare questa cosa, chissà come ha fatto a rimanermi appiccicata ai pensieri.

(continua…)

 

La foto viene da qui.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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VI – Tutta la vita è migrante

Mamma, pensavo: ma prima delle scimmie, esistevano le migrazioni?

Certamente.

E come sono cominciate?

Mi viene in mente, ad esempio, la migrazione degli esseri acquatici verso la terraferma. Le forme di vita più complesse si sono sviluppate in mare, poi alcune si sono spostate verso riva, divenendo anfibi e da lì sulla terra, oppure hanno imparato a librarsi nell’aria.

E prima prima?

Pensandoci… credo che la prima migrazione sia stata la divisione cellulare.

Cosa vuol dire?

Il primo essere vivente era solo una cellulina, una specie di bolla di sapone microscopica, si chiamava LUCA*. Se ne stava lì, ferma e basta. Viveva, mangiava, moriva. Immobile nelle sue certezze, non si aspettava nulla. Poi, chissà perché, qualcosa dentro di lei ha cominciato a muoversi, a differenziarsi, una parte da un lato, l’altra parte dall’altro lato. A un certo punto, questo corpuscolo si è ritrovato allungato, inciccionito, come una bolla di sapone che sta per dividersi a metà, ma con le parti ancora attaccate. Immagina lo stupore e lo spavento. Ma non è tutto, dopo è accaduta una cosa meravigliosa: una parte della cellula è migrata via, si è proprio staccata dal corpo in cui si era formata ed è diventata una vita autonoma.

Mamma, come me e te. Io ero dentro di te, una bollicina in una bolliciona, ed ora sono io. Allora, mamma, tutta la vita è migrante.

(continua…)

 


*LUCA sta per Last Universal Common Ancestor, cioè ultimo antenato comune ancestrale. È chiamata così la cellula vivente che ha originato tutte le altre forme di vita. Nel racconto (che è un racconto e non un trattato di genetica) mi piace far dire alla donna che il primo atto della vita è quello di generare altra vita. Bisogna, tuttavia, tenere a mente che LUCA è un aggregato di elementi presenti nell’ambiente. Detto questo, è evidente che sulla Terra l’aggregazione precede la vita, ma perché si possa parlare di vita ciò non basta (anche la pietra è un aggregato), ci vuole la generatività. Quanto alla differenziazione, la troviamo sia nella formazione dell’aggregato (differenziazione in-cellula/out-cellula) sia nella generatività (differenziazione madre/figlia). Diremo perciò non solo che “la vita è bella perché è varia”, ma che la vita stessa si basa sulla differenziazione, perciò andiamoci piano col negare le differenze, rischiamo di negare la radice stessa della vita.

L’immagine rappresenta la riproduzione per scissione binaria di uno Pseudoprorodon. La foto è presa qui.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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V – La Rift Valley

Mamma, ci pensavo, noi non siamo tutti migranti.

Perché?

Gli africani che restano in Africa non sono migranti. Sono nati lì e non si sono mai spostati. Ho ragione, mamma?

Un po’ sì, un po’ no.

Perché?

Perché l’uomo discende dalle scimmie, amore.

Sì, questo me lo hanno detto a scuola, allora?

Allora, all’inizio le scimmie stavano al sicuro sugli alberi. Poi in quel territorio ha cominciato ad innalzarsi una montagna. Dapprincipio non se ne accorse nessuno, era appena una cunetta, ma piano piano crebbe sempre di più. Quando divenne abbastanza alta, le scimmie dovettero scegliere da che parte stare, a est o a ovest del dosso. Capirai che rimanere proprio sulla cresta non era poi così comodo. Una parte decise di andare a ovest, una parte a est. All’inizio i due gruppi avevano ancora contatti, si poteva andare da una parte all’altra, poi però il rilievo divenne altissimo e un gruppo stava di là, uno di qua.

Ho capito mamma, non è proprio possibile star fermi. Ma poi, cos’è accaduto?

Beh, a ovest della montagna pioveva molto e gli alberi sono cresciuti rigogliosi. Le scimmie rimasero scimmie e mantennero le loro abitudini, usi, tradizioni. Dall’altra parte, invece, pioveva meno e gli alberi si fecero più radi. Le scimmie dovevano scendere al suolo e correre da un tronco all’altro per trovare altro cibo. Amore mio, cosa facciamo quando piove e dobbiamo correre per far presto?

Mamma, tu mi dai la mano e corriamo assieme. Se scivolo mi tieni.

E se dovessimo muoverci a quattro zampe, come i cani?

Mi metterei a cavalluccio sulla tua schiena, ma andremmo più lento.

E ci bagneremmo di più. Le scimmie dovettero inventarsi qualcosa di meglio, cioè…

Cioè camminare su due zampe e da qui le cose me le ricordo: homo abilis, homo erectus, homo sapiens… l’ho studiato mamma, ma non avevo mai capito che le migrazioni ci hanno resi umani.

(continua…)

 

L’immagine viene dal sito della National Geographic Society.

Le icone sono state disegnate da Aleksandra Wolska.

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