Racconto breve. La tempesta.

Il signor Amedeo Consalvi quella sera avrebbe potuto coricarsi compiaciuto di sé.

Si carezzò il viso e lo sentì sgradevolmente ruvido. Pensò di radersi, malgrado, per abitudine, lo facesse al mattino, poi cambiò subito idea e rimase un altro po’ seduto al computer. Passava da un sito di notizie all’altro, leggendo alla rinfusa qualche titolo, ma tornava sempre là, ai documenti con cui si era aggiudicato l’appalto pubblico per la fornitura di mascherine chirurgiche.

Era andato tutto alla perfezione: quattro milioni di euro. Leggendo la prima cifra, quel quattro così simile a una croce, gli si apriva sul volto un sorriso a cicatrice e ad ogni zero il cuore prendeva un battito in più. In altre occasioni aveva provato una sensazione simile, questa volta però la sentiva diversa: il noto sapore di appagamento per la buona riuscita di un affare prendeva una traiettoria non propriamente centrata su se stesso, pareva piuttosto una specie di gratitudine diretta altrove. Non certo ai cinesi, che gli garantivano quella fornitura a un prezzo di ribasso ma onesto, né a chi gli aveva procurato la falsa certificazione di qualità, anche loro intascavano un compenso più che giusto, nemmeno alla Consip, che aveva agito nel rispetto delle procedure.

Che si trattasse di uno slancio ultraterreno? Gratitudine verso una divinità, la storia, il virus? Gli sfuggì uno sbuffo a metà tra colpo di tosse e risatina. Stava diventando ridicolo: in che modo un dio o la storia o il virus potevano partecipare alla sua vicenda terrena? Concluse che anche quella sensazione doveva ricadere su se stesso, ad arricchire il compiacimento per la propria astuzia, e che il dubbio era sorto probabilmente per uno sciocco residuo di umiltà. Ciò che aveva funzionato era stata la sua rete di relazioni, la sua prontezza, la capacità di cogliere il momento giusto, adeguarsi alle circostanze, importare, al posto di quei giocattoli tarocchi, migliaia e migliaia di mascherine da quattro soldi.

Spense il monitor del computer e divenne un’ombra nella penombra della camera. Sollevò le braccia per stiracchiarsi e si tirò su. Fu un movimento lento e penoso. Un lampo rosso gli attraversò la schiena fino alla coscia. Appena fosse stato possibile, sarebbe andato dal fisioterapista.

Gli sovvenne un odore di disinfettante e vaniglia, lo studio della dott.ssa Fratini e il bar in cui prendevano il loro caffè-al-volo. Non la vedeva da mesi. L’ultimo era stato un saluto frettoloso, feriale: lei, avendo ancora le mani unte di gel lubrificante, gli aveva fatto l’occhietto e spalancato un sorriso, protestando: «Alla prossima offro io, eh?». Lui non aveva sorriso, non sorrideva mai, ma aveva accennato un sì imbroglione con la testa, chiudendo la porta. Non l’avrebbe più rivista. Era morta sola, in casa, durante la quarantena. «Aspetto il tampone – diceva – sto parecchio male, ma vedrai che me la cavo – diceva – finché non si sa cos’ho, mi tengono qui, così in intensiva c’è un posto in più per chi c’ha il virus». Si appurò che aveva il covid.

Lo affaticò molto scendere per le scale con il secchiello dell’umido. Il signore dell’ultimo piano, un professore sulla sessantina, era venuto a mancare qualche giorno prima e non avevano ancora sanificato l’ascensore e gli spazi comuni. Ben inteso: indossava guanti monouso, la mascherina fin sopra al naso, ma… Ad ogni modo, provò a godersi il vialetto tra il portone e l’area di conferimento dei rifiuti. Una brezza primaverile frusciava tra le chiome degli aceri e il silenzio faceva sembrare la notte più fonda. Era l’ora degli approfondimenti giornalistici e nel cortile si spandeva una quiete leggera; nulla trapelava dei tremori e dei terrori domestici, della noia pomeridiana, dei drammi che si consumavano privati tra quelle mura.

«Teste di ca…! – sbottò il signor Consalvi – ma come si fa a non capire che il cartone della pizza sporco va nell’umido e non nella carta. È una questione di senso civico. Che ci vuole? Tanto, i due piani te li sei già fatti! È un attimo, tac!». Parlava da solo. Era una novità della pandemia. Sollevò il coperchio e tirò fuori il contenitore da asporto. Un foglio planò ai suoi piedi. Lo raccolse.

La calligrafia era chiara, elegante. Sbirciò tra il pattume e vide un cumulo di quaderni e cartacce. «Eh, eh, caro il mio professore, non hai fatto in tempo a crepare e subito le tue scartoffie ti vengono dietro». Percepì nella propria voce un’ilarità forzata. Si guardò attorno, come temendo che fosse sopraggiunto qualcuno. Nessuno. Il silenzio era lo stesso di prima, un po’ più cupo. Anche gli alberi non erano cambiati, ma si erano fatti lugubri nella notte che avanzava.

Cercò un punto ben illuminato e lesse.

 

25 marzo 2020
Giona invece si mise in cammino per fuggire.

Fatica ad ogni respiro. Come annegare. Lucidamente.
Penso a Giona, scaraventato in mare durante la tempesta. Al suo dibattersi tra i flutti. All’acqua che lo avvolgeva, che gli entrava nella bocca, nelle narici, negli occhi.
La sento. La sento nei miei polmoni, l’acqua, e negli occhi il sale di un pianto che mi scende di traverso.
Sto affogando nel mare che ho dentro, nell’alta marea dei miei stessi fluidi. Se avessi fiato, ne riderei.
Ci sarà un nero ventre di balena ad accogliermi, a chiudermi nella mia espiazione? Sarò infine vomitato su una spiaggia fetido, provato, con le alghe tra i capelli?
Temo di non farcela. Sento chiara attorno a me mugghiare la tempesta.

La tempesta scava domande
nell’animo tormentato, lo sconvolge.
«Chi sei» pare domandare
la voce implacabile della folgore
«Da dove vieni» intona l’eco
«Dove vai» inchioda il lampo.

L’uomo sconosciuto a se stesso
vorrebbe frapporre il mondo,
le sue ricchezze, la sua vanità
tra l’orecchio e quella voce,
ma la coscienza resiste
si tiene eretta
in ostinato ascolto
mentre le pareti si fanno sbilenche
le forme perdono i contorni.

Le risposte evase lo incolpano
ed egli non tocca il suo peccato
non siede davanti ai suoi delitti
non si guarda allo specchio della coscienza
eppure ardisce sperare innocenza.

«Guarda dentro il tuo cuore:
hai tu ucciso?»
Le mie mani sono monde di sangue.
«Hai tradito il fratello?»
Non ho mentito, né rubato.
«Se dici il vero, se le tue parole
sono provate al crogiuolo del tempo
quale oscurità porti nel cuore
che ti perseguita?».

«Per anni sulla terra sono stato
fuggiasco a volto basso
speravo che la sorte mi mettesse
di fronte alla pena e all’espiazione.
Ma fu la fuga la mia condanna.
Nondimeno mi sono arricchito e la mia colpa
ha viaggiato sicura
su strade lastricate d’oro.

Ma come poteva la mia viltà
punirmi per ciò di cui avevo
vago sentore, mentre mi assolvevo
da reati giudicati innocui.

Sperai la canna della pistola a farmi vacillare
il ladro minaccioso che volesse
derubarmi della borsa e della vita
per salvarmi,
l’aguzzino cui implorare: “Lasciami vivere!”
io che mai ho vissuto».

Il tribunale della tempesta
incalza: «Chi sei?».

«Io sono il ladro, l’assassino, il mentitore,
sono il non vivo, il non buono,
il non giusto, sono quello che nega
se stesso e nella fuga ha commesso
ogni turpitudine. Ma voglio vivere ancora
se mi grazi. Prendi la mia borsa e la mia veste
prendi i miei errori e il mio peccato
prendi la mia paura e la mia viltà
rendi il maltolto a chi ho derubato
ai fratelli d’Africa, ai poveri delle periferie
tieni tu, che puoi, il peso dei miei furti
e rendimi la vita.

Perché oggi io so finalmente chi sono:
un uomo che desidera vivere».

 

«Dovevi avere proprio la coscienza sporca, mio caro professore!» disse il signor Consalvi, sobbalzando all’eco della propria voce. Si voltò di scatto, per un attimo tutto parve vacillare. Appallottolò con un gesto convulso il foglio e lo gettò assieme agli altri, per poi ciabattare rapidamente verso il portone. «È proprio vero – pensava – non si può mai dire cosa si nasconda dietro certe maschere».

Quella notte, il sonno tardava ad arrivare. I suoi pensieri si dibattevano tra gli svolazzi di una bella grafia, un lettino per fisioterapia e anonimi bidoni dell’immondizia. Si sforzava di non fare astrazioni su quelle immagini, di non cercare spiegazioni. Ad esempio, di non dispiacersi per essere stato così freddo con la dott.ssa Fratini. Provò a concentrarsi sugli impegni dell’indomani, ricavandone un senso di nausea. Tornò allora ai milioni dell’appalto, ma ora quel quattro gli sembrava davvero una croce e gli zeri parevano lapidi bianche simili a quelle dei cimiteri bosniaci. Indubbiamente, si trattava di cattiva digestione aggravata dal caffè preso nel tardo pomeriggio. Inoltre, il vento era cambiato e un’imposta sbatteva lontana, ritmicamente. Gli parve di udire un remoto bubbolìo di tuoni.

«La barba – pensò – domani mattina devo farmi la barba» e un senso di disagio accompagnò l’idea di se stesso allo specchio.

 

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Il dipinto è: La Tempesta di Giona, Paul Bril (1554-1626). Trovate informazioni qui.

Senza più neanche cielo

In questi giorni di isolamento
senza più neanche cielo
sembra che pure la vita
si sia fermata.

Resta una stanchezza senile
un’anima affaticata
in fondo al petto
come un ombrello vecchio
che non uso più.

Restano rabbia e insoddisfazione.
La rabbia che mi circonda paludosa
come un fossato d’altri tempi
e l’insoddisfazione di avere
troppi anni spesi
in un rapimento con troppi aguzzini
e senza riscatto.

Ho gli occhi, ancora, per vedere
che feritoie si fanno
quando guardo fuori
come scagliare frecce:
nemici, nemici,
anche gli amici, nemici!

S’è chiusa la vita e il cuore non s’apre
non sa più come fare
è un porto chiuso
      e a pochi metri un bambino muore
è una frontiera chiusa
      e a pochi metri uno piscia e sputa sangue
è una porta, è una finestra chiusa
      e fuori mia madre
      anziana barcollante tossisce
      ed ho paura della sua vita
      ed ho paura della mia vita residua
e dentro la morte bussa
che vuole uscire.

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L’immagine viene da qui, dalla pagina del fotografo siriano freelance Abd Doumany.
Prima di cliccare sul collegamento, vi avviso che alcuni scatti potrebbero turbarvi.
Ho scelto questa foto perché è bella: un bambino che corre, il movimento, la libertà, un ritaglio di sole che dà luce – e ombre – alla scena. Ma siamo a Damasco e intorno c’è la guerra, quella vera, con le bombe, i palazzi crollati, le strade devastate, corpi dissepolti per strada. Ancora oggi la situazione in Siria è precaria (qui un recente articolo su Limes) e gli occhi del mondo sono un po’ più miopi, a volte forse ciechi. Come può esserci rispetto della vita, senza rispetto della Vita? Al massimo è familismo, seppure…

Mondo nuovo. Parole vecchie. L’insufficiente retorica sul Coronavirus.

Sono stanco. Stanco di questa condizione da arresti domiciliari e, di più, stanco della retorica con cui si alimenta il dibattito pubblico. Dopo aver visto un tg, una conferenza stampa, un bollettino della protezione civile, ne esco provato, senza prospettive, fatalista come un ergastolano in attesa di amnistia.

A esasperarmi, tra le varie cose, i termini utilizzati.

Le parole sono importanti e, assieme alle parole, sono importanti i significati impliciti che esse veicolano. Il nostro stare nel mondo dipende dalle credenze, dagli atteggiamenti mentali e dal modo in cui interpretiamo la realtà. Questi si costruiscono attraverso l’esperienza, la cultura e le informazioni di cui disponiamo. Tuttavia, informazioni false, faziose o incomplete, malgrado non abbiano un corrispettivo diretto nella realtà, costruiscono il panorama di senso in base al quale orientiamo i nostri comportamenti reali.

Un esempio su tutti è il caso della “Guerra dei Mondi”*. Nel 1938, Orson Welles, dai microfoni della Cbs, annunciò che gli alieni avevano invaso la Terra. Malgrado fosse stato inizialmente chiarito che si trattava di un radiodramma e non ci fossero altre prove a sostegno delle informazioni trasmesse, molti ascoltatori si barricarono in casa o si prepararono a lasciare la propria abitazione perché vicina al luogo in cui era avvenuto il presunto sbarco alieno.

Un’informazione falsa, se ritenuta genuina, orienta i comportamenti reali degli individui, portando a costruire panorami di senso ai quali si attribuisce valore di verità. Le parole utilizzate (in quel caso “invasione”, “attacco”, “guerra”) evocano scenari, immagini, esperienze vissute personalmente o presenti nel bagaglio delle conoscenze comuni, e innescano reazioni emotive e comportamentali concrete.

Oggi i termini impiegati per descrivere la situazione che stiamo vivendo sono “guerra”, “combattere”, “nemico”, “colpa”. Vocaboli spaventosi e antichi, ma solidamente presenti nell’immaginario collettivo.
Trovo l’uso di queste parole falso, disonesto e pernicioso.

Non siamo in uno stato di guerra.

Il virus tecnicamente non è un nemico e nessuno Stato è belligerante contro nessun altro Stato. La retorica militare è fuori luogo.
I virus non hanno razionalità e, in aggiunta, hanno contribuito all’evoluzione della specie umana. Se il nostro corredo genetico è quello che è, se il Sapiens ha le caratteristiche che ha, lo dobbiamo anche alle risposte dell’organismo alle infezioni virali**. Molti virus hanno origine zoonotica e sono strettamente legati alla storia della domesticazione animale: il raffreddore viene dai cavalli, il morbillo dai bovini, molti tipi di influenza sono originate dai polli o dai suini, alcuni coronavirus provengono dai cammelli, altri da scimmie o pipistrelli. Non è colpa dei cinesi, come non lo è stata degli arabi, o dei kazaki: la nostra biologia, la nostra storia evolutiva, le nostre abitudini culturali ci espongono a questo tipo di rischi sanitari.

Una locuzione che rivedrei è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un termine tecnico, ma, nel senso comune, non univocamente riconducibile al modo in cui gli individui si dispongono nello spazio. In questo momento, in cui lo sforzo comune è quello di mantenere le relazioni e resistere a un doloroso isolamento, eviterei ogni termine che evochi lo slabbramento sociale. Preferisco “distanziamento interpersonale di sicurezza” usato dal Ministero della Salute, meno rigoroso, ma che richiama la mera disposizione spaziale delle persone al fine di aumentare la sicurezza.
Quanto all’anglicismo “lockdown”, lo escluderei senza remore, se non altro perché impiegato nelle carceri statunitensi per indicare l’isolamento dei detenuti in situazioni di emergenza***.

Una nozione che userei con cautela è quella di “colpa”.

Il concetto di colpa afferisce all’ambito giuridico e morale. È colpevole chi viola la legge ed è colpevole chi commette un’azione riprovevole o dannosa. Non sempre i due aspetti sono in accordo tra loro, come nel caso di Antigone che, violando una prescrizione del re, recupera la salma del fratello Polinice per dargli degna sepoltura. Il comportamento di Antigone è illegale, ma non immorale****.
La ricerca del “colpevole”, quando affidata alle componenti istintive e irrazionali dell’individuo, rischia di farsi arbitraria e deleteria, quando non feroce. In situazioni di grande smarrimento, come quella che stiamo vivendo, è facile mettersi alla caccia di untori e condannare un capro espiatorio qualunque, che diventa facile vittima delle tensioni accumulate.
Questo tipo di indagine ha due controindicazioni: la moltiplicazione dei colpevoli e il restringimento del campo di osservazione.
Colpevole può essere chiunque: i cinesi mangia-topi, gli italiani che sputano sulla pizza, i runners che vagano per la città, chi va al supermercato per un nonnulla, il vicino che entra in ascensore senza mascherina, il familiare che non si toglie le scarpe prima di entrare in casa. Dall’altro lato, questo procedimento si limita a un sommario atto di accusa e alla repentina sanzione (che può essere anche solo un’occhiataccia), senza sondare fatti, relazioni e circostanze, lasciando chi indaga in uno stato di ignoranza rancorosa o di stizzita conoscenza parziale.
Oltre a dare adito a giudizi frettolosi e approssimativi, la giustizia sommaria è gratificante e auto-assolutoria: il colpevole è sempre l’altro (cattivo), mentre io sono sempre nel giusto (buono). Il paradosso è che, decuplicando il numero dei colpevoli, ognuno si sente sempre più innocente di qualcun altro («Che ho fatto di male? Andate a fare la multa ai delinquenti veri!»).
Infine, bisogna considerare che i “decreti sicurezza” hanno reso sanzionabili per legge comportamenti perfettamente morali (spostarsi, lavorare ecc.) e tesi a soddisfare esigenze primarie, cioè irrinunciabili, dell’individuo (in primis la relazionalità). Il loro rispetto richiede forte senso civico, grande responsabilità, ma anche sufficienti risorse mentali e spazi idonei (di cui poco si parla).

Dietro le parole.

Usare parole vecchie per descrivere situazioni nuove è rassicurante (è già successo, ci siamo già passati) ma limitante (può predisporre a provvedimenti non adeguati alle circostanze) e svia dalla realtà cogente.
Don Lorenzo Milani, parlando del classismo nella scuola degli anni Sessanta, scrisse: «[Sostenere che non ci sia una volontà] è come sostenere che tante rotelle si son messe insieme per caso [e] ne è venuto fuori un carro armato che fa la guerra da sé senza manovratore»+.
Così, maliziosamente, proviamo a valutare l’ipotesi che dietro le parole impiegate ci sia una volontà organizzatrice.

Allora, perché usare il gergo militare per descrivere la crisi sanitaria? Che visione della realtà si propone? Che modello risolutivo si evoca? Per la guerra ci vogliono soldati, armi, determinazione ad uccidere, per la pandemia determinazione a salvare, ospedali, protocolli medici, personale sanitario, ricerca scientifica.
Perché impiegare termini ambigui? Parlare di “misure di distanziamento sociale” spinge a immaginare che il problema sia prevalentemente la socialità umana. La responsabilità è attribuita ai cittadini, che devono restare a casa, come se non si dovesse rivedere il paradigma economico che ha ridotto gli investimenti sul welfare state (e ora che fine hanno fatto quei risparmi?).
Cercare facili colpevoli, chi assolve? Se ci concentriamo sui cinesi, su chi passeggia, su chi commette piccole violazioni dei provvedimenti, cosa non vediamo, che domande non ci facciamo? È colpa degli abitanti di Wuhan oppure la povertà delle zone periferiche può esporre tutta l’umanità a rischi incalcolabili? È colpa di chi viaggia oppure la globalizzazione dei mercati impone nuovi paradigmi previsionali? Commette un reato chi si sposta (localmente o globalmente) oppure per garantire gli attuali standard di vita bisogna formulare dei protocolli di gestione delle criticità a livello mondiale?

La crescente complessità del mondo richiede nuovi modelli interpretativi, un’informazione onesta e misurata, maggiori capacità critiche dei cittadini.
Bisogna resistere alle derive che muovono verso l’impoverimento del pensiero++, che attivano  comportamenti impulsivi e superficiali, che millantano improponibili “ritorni al passato”.

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*Tra le varie fonti possibili, vi suggerisco una puntata del programma radiofonico “Pezzi da 90” di Rai Radio Due. Se cliccate qui potrete ascoltare la parte dedicata alla Guerra dei Mondi di Orson Welles.

**Nell’articolo “I virus sono vivi?”, di L.P. Villarreal, comparso sul quaderno di Le Scienze dedicato ai virus, che potete acquistare qui, si legge: «Le dimensioni della popolazione virale, assieme al rapido tasso con cui quesi organismi si replicano e mutano, fanno di loro la fonte principale di innovazione genetica al mondo […] contribuendo ai cambiamenti evolutivi», p. 8.

***Potete leggere qui un approfondimento sul termine lockdown.

****Trovate una traduzione dell’Antigone di Sofocle qui.

+Trovate l’iper-testo “Lettera a una professoressa” qui o potete acquistarlo qui.

++Nel libro “? – Il paradosso dell’ignoranza” di Antonio Sgobba (trovate qui un estratto) si parla dell’effetto Dunning-Kruger, ovvero della distorsione cognitiva per cui individui incompetenti in un campo si auto-valutano capaci in quel settore. Il testo rammenta l’evento di cronaca che ha dato avvio agli studi di Dunning e Kruger: Wheeler McArthur, dopo essersi cosparso di succo di limone, commise alcune rapine convinto di essere diventato invisibile. Evidentemente, ipotizzarono i due studiosi, quell’uomo era troppo sciocco per rendersi conto dell’inefficacia della propria strategia. Riporto alcune righe di questo articolo comparso su Repubblica: «Sui social la mattina siamo virologi, il pomeriggio economisti, la sera ingegneri. “L’illusione della superiorità è tipico della cultura occidentale, più individualista. Attraverso questa illusione vogliamo rafforzare il nostro individualismo”. Trend in crescita che, in tempi di coronavirus, può avere effetti drammatici. […] “Molti lettori – spiega Dunning – si sentono più competenti dei giornalisti. Stiamo vivendo una fase di “sconfinamento epistemico”, di violazione del territorio della conoscenza. Chi meno sa, vuole insegnare ai più esperti. Ma spesso dietro questo atteggiamento di superiorità c’è una bassa autostima”. L’unico modo per salvarsi, aggiunge, è “nutrire il dubbio, accogliere le opinioni degli altri”. E partire dall’idea che se cerchiamo l’effetto Dunning-Kruger negli altri, il primo passo da compiere è guardarsi allo specchio. Senza essersi prima cosparsi di succo di limone».

Memorie di Calipso

Calipso trovò Odìsseo sulla riva, seduto:
con gli occhi sempre bagnati di lacrime,
consumava la vita sospirando il ritorno*.

Libro V, Odissea, Omero (trad. M.G. Ciani)

 

Odìsseo, prima di tornare a Itaca, trascorse sette anni sull’isola di Ogigia giacendo con la divina Calipso, ninfa immortale dalla bella chioma. La dea voleva farlo suo sposo, ma non riuscì a piegarne il cuore, nemmeno promettendogli eterna giovinezza. L’uomo sempre pensava alla terra dei padri, aveva nostalgia della sua famiglia.

Un giorno Hermes, l’alato messaggero degli dei, recò a Calipso l’ordine di Zeus: Odìsseo doveva riprendere il viaggio. La giovinetta comprese che non poteva opporsi, così aiutò l’eroe a costruire una zattera e gli offrì cibo e vesti per la traversata.

L’uomo, conoscitore di ogni inganno, temeva che la ninfa volesse imbrogliarlo. A questa accusa lei rispose: «Contro di te non tramerò nessun altro male. Io penso anzi e farò quello che per me stessa farei, se ne avessi bisogno».

L’ultimo gesto di Calipso è un atto d’amore: fa per Odìsseo ciò che avrebbe fatto per se stessa se si fosse trovata in quella situazione. La donna accoglie in sé ogni dimensione dell’uomo che ama, anche quella per lei più dolorosa, la voglia di tornare a casa, e lo sostiene.

Il distacco non è indolore, la ninfa ha urlato contro gli dei tutto il suo rammarico, ma ha dovuto accettare il destino. Mi piace immaginare che, nei cupi momenti della nostalgia, quelli che sempre accompagnano l’elaborazione del distacco, Calipso abbia pensato così…

Quando andasti via, quando lasciasti questa dimora, a prepararti il viatico e a serrare l’ingresso fui io, temendo potesse prenderti capriccio di me. Certi sentimenti, come la nostalgia, sono tenaci, possono spingere a vite infelici o a felicità discrete, colme di abitudine che l’anima sopporta come una lunga disperazione.

Recisi subito ogni contatto, perché l’andare ti fosse non meno doloroso, ma più lieve. Se non riuscii ad esser peso e laccio per legare la tua vita alla mia, potessi almeno in ultimo esserti leggera come la brezza che gonfia le vele, come il sogno notturno presto dimenticato, come il frego di gomma che spezza la traccia della matita e nega il ritorno.

Hai mai pensato a me sul mare nero come il vino? Quando l’onda imbiancava minacciando tempesta, hai tu invocato il mio nome? Forse piangesti troppo vicino a me e sulla lingua si fece amara la parola che mi chiama, detestasti me per il tuo destino, me, che solo volevo amarti e tenerti lontano dalle pene del cammino.

Il cuore spezzato spera che ti sia sfuggita la preghiera: «Oh Calipso, fossi rimasto accanto a te!», ma l’altro lato, che gode nel dolore e dispera nella gioia, mi dice che per l’alto mare aperto hai preferito implorare morte, o gli dei, e gridare il nome di colei che forse t’aspettava ancora, la saggia Penelope dagli occhi salati di pianto, e non della divina Calipso, giovinetta immortale, innamorata ninfa dalla chioma d’incanto.

 

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L’immagine viene da qui.

La storia di Odisseo è assai nota. Vi consiglio di leggerla in Omero, Odissea (tradotta da Maria Grazia Ciani), Marsilio Editore, 2018. La traduzione è in forma narrativa, usa un linguaggio moderno e scorrevole, rispetta le formule sintattiche e i costrutti originali del greco. Lo stile del testo lo rende adatto anche ai lettori più giovani (13+).
Ad ogni modo, ve ne offro una sinossi. Dopo aver raso al suolo la sacra Ilio (Troia) gli Achei vincitori tornarono in Grecia. La nave di Odisseo fu sospinta dai venti nella terra dei Ciconi, dove ci fu terribile battaglia. Di lì arrivarono alla fertile regione dei mangiatori di Loto, fiore che annulla i ricordi. Ripresero il mare per approdare all’isola dei Ciclopi, dove Polifemo fece orrido pasto di alcuni compagni di Odisseo. Grazie a un abile stratagemma, l’eroe itacese accecò il gigante, figlio di Poseidone, mettendo in salvo la propria vita e quella dei sopravvissuti. Ma gli dei non dimenticano e il signore del mare si accese d’ira contro l’uomo che aveva ferito un membro della sua progenie, facendogli aspro il ritorno. Arrivarono i naviganti da Eolo, che li accolse con ospitalità e donò loro un’anfora contenente i venti, in modo da rendere più agevole il rientro. L’invidia accese i marinai che aprirono l’anfora, pensando contenesse tesori destinati al solo Odisseo, liberando invece la bufera. La violenta tempesta li spinse a Telepilo, dove i Lestrìgoni, mangiatori di carne umana, distrussero le navi e uccisero alcuni forti compagni. In fuga, la ciurma giunse all’isola della maga Circe, dagli incantamenti della quale li salvò Hermes. Dovette poi Odisseo discendere nell’Ade per conoscere il futuro dalla voce di Tiresia. Le pene non erano terminate: i prodi attraversarono il mare delle Sirene, le rupi erranti dei mostri Scilla e Cariddi, i quali uccisero altri marinai. Approdarono stremati all’isola del Sole e, malgrado il sacro divieto, mangiarono le vacche che lì pascolavano. Zeus uccise per questo tutti con la folgore, tranne Odisseo che aveva resistito ai morsi della fame. Lui solo arrivò sull’isola di Ogigia, dove la bella ninfa Calipso lo trattenne sette anni e voleva farlo suo sposo, non riuscendo a piegarne il cuore. Atena intercesse presso Zeus affinché ordinasse alla ninfa di liberare l’uomo dalle mille forme. Riprese l’eroe il suo viaggio e dopo tanto soffrire giunse presso i Feaci, gente generosa, e il loro re, il giusto Alcinoo, dopo aver ascoltato il racconto di Odisseo, ordinò che fosse condotto a Itaca. Ancora tanto il suo cuore dovette patire prima di liberarsi dei superbi Proci, che consumavano le ricchezze della sua casa e gli corteggiavano la moglie, e finalmente potè giacere con la sua sposa, la saggia Penelope.

Parole blue elettrico – Scaletta

 

Eredità

 

  • Pablo Neruda, Spiego alcune cose, da Terza Residenza: IV. Spagna nel cuore (1935-1945)
  • Cesare Pavese, Tu non sai le colline (9 novembre 1945), da La terra e la morte
  • Friedrich Nietzsche, Dio è morto, tratto dall’Aforisma 125, La Gaia Scienza (18872)
  • Riferimenti al carteggio tra il filosofo Theodor L. W. Adorno e il poeta Paul Celan
  • Paul Celan, Parla anche tu, da Di soglia in soglia, 1955
  • William Shakespeare, Amleto, Scena prima, Atto terzo (1600-1602)
  • Giacomo Leopardi, Frammento sul suicidio, da Operette Morali (1824-1832)

 

Con occhi ebbri di parole

 

Cesare Pavese, Lavorare Stanca, 1936

  • Disciplina Antica

Charles Bukowski, Tra via del terrore e vicolo agonia (1965-1968)

  • Bottigliadibirra
  • Volevo rovesciare il governo ma ho steso solo la moglie di un tale
  • Storia vera
  • Povertà
  • Per i trafficanti di pietà

Charles Bukowski, Brucio nell’acqua annego tra le fiamme (1972-1973)

  • Il modo
  • Cercando lavoro
  • Il suono delle vite umane
  • Tiri un filo, un burattino balla…
  • Senza sogni

 

Nude vene

 

  • Charles Bukowski, A cosa serve un titolo, da Brucio nell’acqua annego tra le fiamme

Dario Bellezza, Morte segreta, 1976

  • Non mi rimane che scrivere e andare via
  • E abbandono morte. Giocattolo di Dio.
  • Il pensiero, quando tutto è stato pensato
  • Amleto
  • Reso leggero e pesante dalla vita trascorsa in cento
  • Ho paura. Lo ripeto a me stesso

Antonio Veneziani, Insignificanti questioni di polvere, 2018

  • Questa notte, dopo mesi, ho sognato
  • La punta dell’ago si spezza
  • Ricordo la libertà
  • Povera vita esiliata
  • L’orologio fermo alle 24 in punto
  • Qualcuno ha distolto lo sguardo
  • Famelico di baci e di carezze

 

Sguardi accorgimenti amenità

 

Vincenzo Costantino, Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare, 2010

  • Il bar
  • A Sonia
  • Le cento città

Vincenzo Costantino, Nati per lasciar perdere, 2015

  • La gente si incontra
  • Lasciati guidare

Vincenzo Costantino, Il più bello di tutti, 2019

  • La terra trema
  • Vita nuda
  • È bellissimo, da Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare

 

L’amore è un cane che viene dall’inferno

 

  • Charles Bukowski, Ragazze pulite e tranquille in abito di percalle…, da L’amore è un cane che viene dall’inferno, 1977
  • Vincenzo Costantino, Pioggia del mattino, da Il più bello di tutti, 2019
  • Cesare Pavese, In the morning you always come back, da La terra e la morte, 1951

 

Terra di nessuno

No man’s land

Ricordo quei tempi feroci
a morderci fin dentro la carne
cani voraci a giurarci armistizio
potenze atomiche in tregua
di promesse barcollanti

L’incontro carnale era un agguato
il letto la nostra no man’s land
adesi come la crosta alla ferita
per poco di spazio che si insinuasse
tra noi
   – poca cosa: una fugace assenza
   un cenno affettuoso al passante frettoloso
   una cinerea passione che più non scalda –
si urlava defezione!

Dicevi d’amarmi
giuravo d’amarti
e la parola si faceva
gabbia e recinzione
e pungeva come filo spinato

Quel suolo conquistato
ferito bombardato
gli edifici sventrati
i vestiti logori e senza membra
insufficiente materia parevano
alle nostre avare ragioni

Anche l’aria
la luce del sole
l’acqua dei fiumi
la sabbia dei deserti
anche su quelli
volevamo accampare
sicuro possesso

…e non potevamo senza
spogliare la vita di movimento
senza fermare dissanguando
anche il più tenero momento

Finirono quei tempi feroci
per insaziabile voracità:
staccata a morsi
la carne
rimase il dente a stridere
contro un osso che non sfama

Volgemmo altrove
le insanguinate fauci
gli sfiniti organi sessuali
annusammo un vento senza odore
che ci portava più in là
senza fede

Morimmo di poca felicità
di forzata meraviglia
e come si allenta la presa
troppo a lungo serrata
sciogliemmo le mani
reduci
superstiti
amanti
insoddisfatti

– – – – – – – – – – –

La foto proviene dal blog di Daniele Cirelli.

Riding around

[…] Poiché del terribile il bello
non è che il principio, che ancora noi sopportiamo,
e lo ammiriamo così, ché quieto disdegna
di annientarci. […]*
Rainer Maria Rilke

Mi sono messo in auto
e ho guidato

Ne sono certo
ho fatto un’ecatombe:
farfalle esplose sul parabrezza
scarafaggi ridotti a sputi sulla strada
batteri combusti nei cilindri
effimere soffocate dal particolato

La radio suonava qualcosa di allegro
non ne capivo il senso
ma sembrava dicesse
ride ride lose your control
e allora ho cavalcato, cavalcato e accelerato
fatto zigzag col volante
spronato i miei cento, mille cavalli
superbo di velocità e possesso

Ho superato campi allagati
contadini in ginocchio
ponti crollati e macerie
crimini e corpi sotterrati
una fattoria dal tetto sfondato
mucche a pascere nel fango
distese di olivi mutilati
divelti, tagliati, rinsecchiti

Sono arrivato dove finisce l’asfalto
su un colle che non so
come si chiamasse
c’era una casa antica
direi storica
era il tramonto
mi sono messo in posa
e ho fatto un selfie
l’ho cancellato
ne ho fatto un altro:

che bella
quella faccia
sembra proprio
felice.

 – – – – – – – – – – – – – – –

La fotografia “Tramonto tra i vigneti allagati” è stata scattata da Gabriele Kahal ed è qui pubblicata per gentile concessione dell’autore. Mi ha colpito perché esprime la sensazione del sublime (la bellezza estetica dell’immagine) che si trova nel tremendo (dato dalla circostanza in cui è stata fatta, cioè dopo un’alluvione).

*I versi sono tratti da La prima elegìa, in R.M. Rilke, Poesie (1907-1926), Einaudi, Torino 2014, p. 279.

Il vento è cambiato

 

NON È POCO*
la porta che odia le serrature
la finestra che ama il vento
i piedi che amano la sabbia
occhi che aspettano una montagna
e labbra che aspettano parole.
sembra troppo ma non è poco.
(Vincenzo Costantino detto Cinaski)

 

Non ti aspetto più.
Il mio cuore, i miei occhi
non ti cercano più.

Posso finalmente andare per strada
guardandomi distratto le scarpe
o seguendo l’azzurro volo dei passeri
o perduto in un sovrappensiero
o sbirciando le gambe che mi precedono.

Ma oggi il vento è cambiato.

È un vento che mette allegria
all’immondizia per strada
a logore lenzuola ai balconi
ai capelli che adombrano pensieri.

Oggi il vento è cambiato.

Ha il tuo odore
il suono della tua voce
lo spumeggiare dei tuoi capelli
l’incedere assorto del tuo passare.

Mi sono fermato all’angolo
certo d’incontrarti.
Sono entrato in quel bar
senza ordinare nulla.

In altre mani ho visto
le tue mani così precise
così adagie nelle carezze
così esperte sul mio petto.

È un vento che asciuga i panni
dopo giorni di tempesta
è un vento che placa le maree
dopo l’onda di piena
è un vento di velluto
steso a lutto sui moli in rovina
sulle barche affondate.

Su di me
che lo respiro
e non ti aspetto più.

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La fotografia è stata scattata da Alfredo Pasanisi ed è qui pubblicata per gentile concessione dell’autore. La trovate sul profilo Facebook Artistic View Photography by Alfredo Pasanisi.

*La poesia è di Vincenzo Costantino detto Cinaski, tratta da “Il più bello di tutti”, Marcos y Marcos, Milano 2019, pag. 92.

Accordi amorosi in otto poeti maggiori

[VI], Pedro Salinas

Paura. Di te. Amarti
è il rischio più alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sì.
Però tu sei
il tuo stesso più oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.

Dimmi, potrò io vivere
in quegli altri climi,
o futuri, o luci
che stai elaborando,
come il frutto il suo succo,
per un domani tuo?
O sarò appena qualcosa
nata per un giorno
tuo (il mio giorno eterno),
per una primavera
(in me fiorita sempre),
e non potrò più vivere
quando giungeranno
successive in te,
inevitabilmente,
le forze e i venti
nuovi, le altre luci,
che attendono già il momento
di essere, in te, la tua vita?

 

 

[XX], Pedro Salinas

Sperdutamente
amanti, per il mondo,
Amare! Che confusione
senza pari! Quanti errori!
baciare volti invece
di maschere amate.
Universo in equivoci:
minerali in fiore,
che vogano nel cielo,
sirene e coralli
sulle nevi perenni,
e nel fondo del mare,
costellazioni ormai
stanche, transfughe
dalla gran notte orfana
dove muoiono i palombari.
Noi due. Che smarrimento!
Questa strada, l’altra,
quella? Le carte, false,
scombussolando le rotte,
giocano a farci smarrire,
fra rischi senza faro.
I giorni ed i baci
sono in errore:
non hanno termine dove dicono.
Ma per amare dobbiamo
imbarcarci su tutti
i progetti che passano,
senza chiedere nulla,
pieni, pieni di fede
nell’errore
di ieri, di oggi, di domani,
che non può mancare.
Dell’allegria purissima
di sbagliare e trovarci
sulle soglie, sui margini
tremuli di vittoria,
senza voglia di vincere.
Con il giubilo unico
di vivere una vita
innocente tra errori,
e che non vuole altro
che essere, amare, amarsi
nell’immensa altezza
di un amore
che si ama ormai
con tanto distacco da tutto
ciò che non è lui,
che si muove ormai al di sopra
di trionfi o di sconfitte,
ebbro nella pura gloria
della sua certezza.

 

 

Ode al suo aroma, Pablo Neruda

Mia dolce, di che profumi,
di quale frutto,
di quale stella, di quale foglia?

Vicino
alla tua piccola orecchia
o sulla tua fronte
mi chino,
inchiodo
il naso tra i capelli
e il sorriso
cercando, conoscendo
l’origine del tuo aroma:
è dolce, ma
non è fiore, non è la pugnalata
del garofano penetrante
o impetuoso aroma
di violenti
gelsomini,
è qualcosa, è terra,
è
aria,
legna o mele,
odore
della luce sulla pelle,
aroma
della foglia
dell’albero
della vita
con polvere
di strada
e freschezza
di ombra mattutina
nelle radici,
odore di pietra e fiume,
ma
più simile
a una pesca,
al tiepido
pulsare segreto
del sangue,
odore
di casa pulita
e di cascata,
fragranza
di colomba
e chioma,
aroma
della mia mano
che ha percorso la luna
del tuo corpo,
le stelle
della tua pelle stellata,
l’oro,
il grano,
il pane del tuo contatto,
e lì,
nella longitudine
della tua luce folle,
nella tua circonferenza di giara,
nella coppa,
negli occhi dei tuoi seni,
tra le tue grandi palpebre
e la tua bocca di schiuma,
in tutto
lasciò,
lasciò la mia mano
odore d’inchiostro e selva,
sangue e frutti perduti,
fragranza
di pianeti dimenticati,
di pure
carte vegetali,

il mio stesso corpo
immerso
nella freschezza del tuo amore, amata,
come in una sorgente
o nel suono
di un campanile
lassù
tra l’odore dei cielo
e il volo
degli ultimi uccelli,
amore,
odore,
parola
della tua pelle, della lingua
della notte nella tua notte,
del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore
sale
il tuo aroma
come dalla terra
la luce fino alla cima del ciliegio:
nella tua pelle io trattengo
il tuo battito
e aspiro
l’onda di luce che sale,
la frutta immersa
nella sua fragranza,
la notte che respiri,
il sangue che percorre
la tua bellezza
fino ad arrivare al bacio
che mi aspetta
sulla tua bocca.

 

 

A Rina, Giorgio Caproni

Senza di te un albero
non sarebbe più un albero.
Nulla senza di te
sarebbe quello che è.

 

 

Per l’onomastico di Rina
battezzata Rosa, Giorgio Caproni

Santa Rosa da Lima

Ah rosa sempre in cima
ai miei pensieri…

Mia Rina…

(Piove.

I monti sono neri.

C’è il sole.

Restano neri
se non li accenti tu, mia Rosa…)

Mia rosa sempre in cima
ai miei pensieri…

Mia rima
sempre in me battente…

Fonda e dolce…

Quasi
– in me – flautoclarinescente…

 

 

Nessuno può conoscermi, Paul Eluard

Nessuno può conoscermi
Come tu mi conosci
Gli occhi tuoi dove dormiamo
Tutti e due
Alle mie luci d’uomo han dato sorte
Migliore che alle notti della terra

Gli occhi tuoi dove viaggio
Han dato ai gesti delle strade un senso
Separato dal mondo
Negli occhi tuoi coloro che ci svelano
La solitudine nostra infinita
Non sono più quel che credevan essere
Nessuno può conoscerti
Come io ti conosco.

 

 

Quinta poesia d’amore in guerra, Paul Eluard

La parte del cuore dicevano con grazia
La parte d’amore e d’odio e di gloria
Si rispondeva e negli occhi era specchio
La verità che ci dava rifugio

Noi non abbiamo cominciato mai
Sempre ci siamo amati
E poiché noi ci amiamo
Vogliamo gli altri liberare
Dal gelo della loro solitudine

Vogliamo e dico io voglio
Dico tu vuoi e noi vogliamo
Che la luce perpetui
Coppie splendenti di virtù
Coppie in corazza d’audacia
Perché hanno sguardi che si affrontano

E il loro fine sta nella vita degli altri.

 

 

Nazim Hikmet 1942

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

 

 

Nazim Hikmet 1943

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

 

 

Nazim Hikmet 1945

“Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio…”
“No,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“Tra cento anni, amor mio…”
“No,
prima e malgrado tutto.
Il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”

 

 

Commiato: Vietando il lamento, John Donne (1611)

Come uomini virtuosi trapassano miti
e sussurrano alle loro anime di andare,
mentre fra i loro amici c’è chi dice,
ora se ne va il respiro, e chi dice, no:

così sciogliamoci, senza far rumore,
non diluvi di lacrime, non tempeste muoviamo di sospiri;

sarebbe profanazione delle nostre gioie
rivelare ai laici il nostro amore.

Il sommovimento della terra reca danni e paure,
gli uomini calcolano cosa ha fatto e significato;
ma la trepidazione delle sfere,
pur di gran lunga maggiore, è innocente.

L’amore dei rozzi amanti sublunari
(la cui anima sono i sensi) non ammette
l’assenza, poiché essa sottrae
quelle cose che ne erano gli elementi.

Ma noi, per un amore così affinato
da non saper noi stessi cosa sia,
in reciproca certezza delle anime,
meno ci curiamo che occhi, labbra, mani manchino.

Le nostre due anime, perciò, che sono una,
benché io debba andare, non subiscono
una frattura, ma un’espansione,
come oro battuto ad aurea sottigliezza.

Se esse sono due, sono due come
le rigide gambe gemelle del compasso sono due:
la tua anima, il piede fisso, non mostra
di muoversi, ma lo fa, se l’altra lo fa;
e anche se nel centro siede,
quando l’altra va lontano errando,
si piega e a quella tende l’orecchio,
e torna eretta, quando l’altra rincasa.

Tale sarai tu per me, che devo,
come l’altro piede, correre inclinato:
la tua fermezza fa il mio cerchio esatto
e mi fa finire dove avevo cominciato.

 

 

Xenia 1, Eugenio Montale

Caro piccolo insetto
che chiamavano mosca non so perché,
stasera quasi al buio
mentre leggevo il Deuteroisaia
sei ricomparsa accanto a me,
ma non avevi occhiali,
non potevi vedermi
né potevo io senza quel luccichio
riconoscere te nella foschia.

 

 

Xenia 8, Eugenio Montale

La tua parola così stenta e imprudente
resta la sola di cui mi appago.
Mi è mutato l’accento, altro il colore.
Mi abituerò a sentirti o a decifrarti
nel ticchettio della telescrivente,
nel volubile fumo dei miei sigari di Brissago.

 

 

Xenia II 5, Eugenio Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

 

 

Itaca di Konstantìnos Kavàfis (1911)

Quando per Itaca volgerai il tuo viaggio
prega che ti sia lunga la via,
e colma di avventure ed esperienze.
Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se mantieni elevato il tuo pensiero,
e un sentimento fermo guida
il tuo spirito e il tuo corpo.
Né Lestrìgoni o Ciclopi
né Poseidone incollerito incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se il cuore non te li mette contro.

Prega che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con quale gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madreperle e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città dell’Egitto,
a imparare e imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non affrettare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto hai guadagnato per via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il viaggio meraviglioso.
Senza di lei non ti mettevi in cammino.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha ingannato.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito cosa significhi un’Itaca.

«E poiché ci amiamo, vogliamo gli altri liberare dalla solitudine», Paul Éluard

…e per fortuna ci sono gli amici, e una parola dolce ogni tanto, e una figura che passa leggera, senza sapere che incrocerà la mia strada, e vederla è una felicità che annulla la ragione, che ferma il sangue nelle vene, in un istante che rivivrò poi più volte, dentro a un replay*…
…e poi c’è il cielo colmo d’azzurro, dopo giorni di grigio, che avvolge i sensi e, dopo altro grigio, l’orizzonte più largo della poesia…

I versi sono ancora di Paul Éluard e si intitolano “Le sette poesie d’amore in guerra”.
Li leggevo l’altra sera, per superare superabili turbamenti, e con queste parole mi consolavo:

Perché noi si portava l’amore
La gioventù dell’amore
E la ragione dell’amore
La saggezza dell’amore
E l’immortalità.

Il secondo conflitto mondiale straziava l’Europa, mieteva vittime nel mondo, abbrutendo l’umanità di un male entrato ormai nelle nostre ossa, nel nostro sangue.
Il poeta e partigiano Paul Éluard resisteva sotto gli alberi, nei boschi, nella pioggia, sulla neve perché

Pazienti ci attendevano i tuoi occhi […]
Sempre

Si sta nella guerra aspettandone la fine, e la fine è una casa ritrovata, gli occhi di chi ci ama ad attenderci…

E poiché noi ci amiamo
Vogliamo gli altri liberare
Dal gelo della loro solitudine

Vogliamo coppie splendenti di virtù

E il loro fine sta nella vita degli altri.

L’amore di Éluard non è chiusura, non è proprietà privata dell’altro, ma una luce che irradia, che ispira, che incoraggia all’impegno civile:

Per la fronte perfetta profonda
Per le pupille che fisso
E per la bocca che bacio
In quest’ora e per sempre

Per i nostri uomini in carcere
Per le donne deportate
E per tutti i nostri compagni
Torturati e massacrati
Perché non hanno accettato l’ombra

Noi si deve drenare l’ira
E far sì che il ferro insorga
Per preservare l’alta immagine
Degli innocenti ovunque braccati
E che dappertutto trionferanno.

Mi commuove la fiducia di Éluard in un futuro migliore, in un futuro degli innocenti.
Ancora negli ultimi epitaffi, scritti poco prima di morire, dirà:

Il coraggio e la speranza solo restano di me
Dici il mio nome e più largo respiri

Io confidavo in te siamo noi due generosi
Avanziamo la gioia arde il passato

E in tutti gli occhi la nostra forza è giovane**.

Se vorrete continuare – e se vorrai anche tu (lo so che mi leggi) – buona lettura.

Le sette poesie d’amore in guerra

IV
[…]
Hanno calcolato quanto
Un bambino può soffrire
Tanta infamia senza vomito
Tante lacrime senza morire

Rumor di passi sotto la volta
Nera e attonita d’orrore
Hanno sradicata la pianta
Hanno avvilito quel bambino

Con lo squallore e il tedio.

V
La parte del cuore dicevano con grazia
La parte d’amore e d’odio e di gloria
Si rispondeva e negli occhi era specchio
La verità che ci dava rifugio

Noi non abbiamo cominciato mai
Sempre ci siamo amati
E poiché noi ci amiamo
Vogliamo gli altri liberare
Dal gelo della loro solitudine

Vogliamo e dico io voglio
Dico tu vuoi e noi vogliamo
Che la luce perpetui
Coppie splendenti di virtù
Coppie in corazza d’audacia
Perché hanno sguardi che si affrontano

E il loro fine sta nella vita degli altri.

VII
Per la fronte perfetta profonda
Per le pupille che fisso
E per la bocca che bacio
In quest’ora e per sempre

Per la speranza sepolta
Per le lacrime nel buio
Per i pianti che fan ridere
Per le risa che fan paura

Per le risa nelle vie
Della dolcezza che stringe le dita
Per i frutti che coprono i fiori
Su una terra bella e buona

Per i nostri uomini in carcere
Per le donne deportate
E per tutti i nostri compagni
Torturati e massacrati
Perché non hanno accettato l’ombra

Noi si deve drenare l’ira
E far sì che il ferro insorga
Per preservare l’alta immagine
Degli innocenti ovunque braccati
E che dappertutto trionferanno.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Lo scatto di Lee Miller ritrae Paul Éluard e sua moglie Nusch (Maria Benz) e l’ho trovato qui.

Le sette poesie d’amore in guerra sono presenti nella sezione «Au rendez-vous Allemand (1942-1945)» in Paul Eluard, Poesie (trad. Franco Fortini), Einaudi, 1966, pp. 313-321.

*Si fa riferimento alla canzone Replay di Samuele Bersani che vi consiglio di ascoltare qui.

** Questi versi si trovano nella sezione «Poésie ininterrompue (1953)» in Paul Eluard, Poesie (trad. Franco Fortini), Einaudi, 1966, pp. 412-413.